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nato a San
Massimo (CB), si avvicina ancora ragazzo al mondo della
liuteria, frequentando a Bojano Giulio e Adriano Oliva, grandi
appassionati, da cui eredita le prime nozioni di liuteria.
Costruisce
la sua prima chitarra nel 1981, quando aveva 20 anni. Ha
partecipato a numerose mostre, entrando in contatto con il
mondo della liuteria italiana. Nel 1988 ha partecipato al
Concorso di Liuteria Chitarristica Radio France a Parigi, dove
per la prima volta ha potuto confrontare il suo ancora acerbo
lavoro con esponenti della liuteria internazionale.
I suoi primi
strumenti sono stati ispirati dalle chitarre allora più in
voga, quali Ramirez, Fleta, Khono, Gallinotti.
Ben presto,
ha cercato di trovare una strada alternativa, giungendo così a
una concezione del tutto personale della chitarra.
Ha costruito
più di 150 strumenti. Tra questi anche alcuni violini,
chitarre barocche, Folk, ecc.
I miei primi
contatti con la liuteria risalgono al 1976, quando avevo
quindici anni. Frequentavo la casa di miei amici vicini di
casa, Giulio e Adriano Oliva, allora studenti rispettivamente
di architettura e di ingegneria, agli ultimi anni di
conservatorio, grandi appassionati di liuteria, dai quali ho
ereditato le prime nozioni in lunghissime dissertazioni
teoriche e con i quali sono in stretto contatto tuttora.
Da loro ho
visto costruire chitarre, chitarre barocche, liuti. Con
Adriano ho avuto una collaborazione più legata alla chitarra
classica, passando per la chitarra folk, il basso elettrico e
le problematiche di amplificazione degli strumenti acustici,
in particolare della chitarra classica. Oltre alla verifica
dei risultati delle mie innumerevoli sperimentazioni, essendo
egli un chitarrista- liutaio, era capace di egregi risultati
anche sul piano puramente ebanistico-tecnico-costruttivo.
Ho iniziato
a lavorare il legno producendo lampade ed oggettivistica che
vendevo nei mercatini in giro per l'Italia. Nel 1975 ho
aiutato un restauratore di mobili, iniziando così ad imparare
l'uso della vernice a gommalacca.
Ho costruito
la mia prima chitarra nel 1981, a vent'anni. Nei primi anni,
oltre a svariate chitarre classiche, ho costruito anche
violini, chitarre barocche e jazz, per poi concentrare il mio
lavoro sempre più sulla chitarra classica. Le prime
ispirazioni venivano dalle chitarre allora più in voga quali
Ramirez, Fleta, Khono, Gallinotti delle quali avevo
informazioni cedutemi dai miei amici che avevano avuto
l'opportunità di visionarle per trarne appunti e osservazioni.
Dal 1985 frequento regolarmente mostre di liuteria italiana,
nelle quali ho potuto conoscere tutti i liutai italiani
costruttori di chitarre. Nel 1988 ho partecipato al Concorso
di Liuteria Chitarristica Radio France di Parigi, dove, per la
prima volta, ho potuto confrontare il mio ancora acerbo lavoro
con esponenti della liuteria internazionale e trarre stimolo
ed ispirazione per il mio lavoro futuro.
Molti liutai
hanno iniziato a fare studi sempre più approfonditi sugli
strumenti di autori classici, quali Torres, Hauser, Simplicio,
Bouchet ed altri dei quali si iniziava a trovare qualche
rilievo particolareggiato che ti permetteva di riproporre
delle copie abbastanza fedeli e, di tanto in tanto, si
riusciva a vederne anche qualche originale.
Il mio
lavoro, ben presto, dopo un giusto periodo di acquisizione di
conoscenza dei principali classici e loro ibridazioni, avrebbe
preso una strada di ricerca, nel tentativo di dire qualcosa di
non già detto, di trovare una strada alternativa nella
soluzione meccanica della macchina chitarra che fosse capace
di produrre sonorità comunque riconducibili ad uno strumento
di concezione classica, ma con un qualche cosa di altro che la
rendesse originale.
L'idea di
uno strumento più libero e coinvolto possibile nella sua
totalità degli elementi costitutivi in vibrazione, in antitesi
ad una teoria che riconosce solo alla tavola armonica il ruolo
di sorgente vibrante e di questa sopra tutto il lobo inferiore
e che confina il fondo e le fasce a parte marginale di
definizione del volume dello strumento. Scontato il
riferimento alla chitarra icon fasce e fondo in cartone
costruita da Torres, allo scopo di dimostrare che comunque con
un'ottima tavola lo strumento poteva essere di buona qualità.
In una recente corrente di pensiero, essi tendono ad essere
sempre più rigidi e pesanti. Smallman estremizza questa idea,
ottenendo ottimi risultati apprezzati da illustri musicisti.
Premesso che
ritengo possibile da quasi tutti i progetti in un loro
equilibrio ottimale produrre degli ottimi strumenti, l'idea di
considerare il fondo, non come un "coperchio", come più di
qualcuno lo chiama, destinato a riflettere la pressione
acustica generata dalla tavola armonica e a racchiudere
insieme alle fasce un dato volume di aria, ma come una parte
necessaria a scuotere l'aria contenuta nello strumento,
arricchendolo di suoni armonici proprio, in sincronia con la
tavola alla quale è collegato mediante "l'anima". Questa
possibilità mi è sembrata una strada stimolante, affascinante,
da esplorare.
In merito,
studi seri non erano mai stati fatti prima. Ho dovuto quindi
cercarmi una strada interpretativa degli equilibri costruttivi
modificando strumenti già esistenti, naturalmente di mia
costruzione, essendo il riferimento agli archi una strada
percorribile solo in parte, in quanto vi è differenza di
modalità di emissione e di produzione del suono.Il riferimento
alla tradizione degli archi comunque ritorna molto utile nelle
metodologie di intonazione del fondo e della tavola in giusto
rapporto tra di loro.
I primi
tentativi risalgono a dieci anni fa, per poi riprendere la
sperimentazione con maggiore determinazione tre anni fa. Negli
strumenti che allora realizzavo, avevo ridotto la catena
maestra della tavola e il fondo, constatando che per certi
versi il suono migliorava sul piano qualitativo. Restava la
rigidità che penalizzava la facilità di emissione. Pensai
allora di fondere l'idea di anima con quella del ponte del
violino, costruendo un'anima di un ovale con la disposizione
della fibra così come nei ponti degli strumenti ad arco. In
tali strumenti, il dimensionamento del ponte negli spessori,
unito ad un opportuno posizionamento dell'anima, consente una
sorta di equalizzazione dello strumento.
In alcuni,
questa soluzione funziona egregiamente anche senza alterare lo
strumento. In altri, con una catena maestra sufficientemente
rigida, non funzionava molto. Ho cominciato a modificare
alcuni strumenti per consentire alla tavola di vibrare
nonostante la rigidità aggiunta.
Quando
qualche tempo dopo mi è ricapitato per le mani un mio
strumento del '93, costruito senza la maestra e con un
ventaglio già molto simile a quello che uso oggi, ho provato
ad introdurre l'anima. Il risultato mi ha sconcertato!
Negli ultimi
tre anni, ho modificato in questo senso più di 30 chitarre,
realizzate secondo sistemi di incatenatura ispirati ai più
disparati autori, costruite dal 1985 ad oggi: apportando
modifiche consistenti principalmente nella rimozione della
catena maestra e successivi irrigidimenti ottenuti incollando
catene in vari punti, infine introducendo l'anima, proprio
come negli archi, incastrata fra la tavola armonica e il
fondo.
Dopo avere
tentato di trovare un posizionamento alternativo dell'anima,
ho ritenuto che il posto più adatto ad un proficuo
funzionamento di questa nella chitarra fosse quello della
catena maestra. della quale ne sostituisce la tensione con
quella del fondo, in posizione centrale. In tale modo, si
riesce a non alterare il funzionamento della tavola, che
conserva inalterati i suoi principali modi di vibrare , con
l'aggiunta di quelli addizionali, ottenuti dal coinvolgimento
del fondo in maniera non conflittuale. Inoltre, è possibile un
certo controllo di messa a fuoco del suono con un piccolo
decentramento dell'anima.
Sono così
riuscito ad avere una maggiore sonorità dello strumento, un
migliore equilibrio, maggiore precisione del suono, che nelle
esecuzioni polifoniche dà una più chiara leggibilità delle
voci, un timbro molto più ricco e personale, oltre ad una più
facile eccitazione della tavola che rende gli strumenti più
comodi da suonare.
Da queste
esperienze ne ho ricavato un progetto ispirato al violino
nella incatenatura, in quanto sono sparite quasi del tutto le
catene trasversali alle fibre della tavola e tutte si
rastremano fino a scomparire in prossimità delle fasce, senza
che nessuna di esse si incastri ancora robusta nelle
controfasce.
Chiaramente,
connettendo il fondo alla tavola in maniera così solidale
attraverso l'anima, il fondo va dimensionato ed intonato in
relazione alla tavola, in modo da essere il più complice
possibile nella emissione del suono, senza generare conflitti
energetici con la stessa, della quale diventa un
prolungamento.
Sui fondi
incollo una "griglia", che rastremata fino a scomparire, anche
in questo caso, in prossimità delle fasce, mi ripropone un
tipo di struttura che in qualche modo evoca le tensioni del
fondo scolpito tipico dei violini.
Costruendo
fondi scolpiti, cambia radicalmente il modo di lavorare, in
quanto il fondo scavato consente un più alto controllo delle
intonazioni ed il suo modo di vibrare è alquanto diverso da
quello di un classico fondo piatto e incatenato. Gli strumenti
così ottenuti, si distinguono per una particolare personalità
e hanno delle costanti che si rinnovano da strumento a
strumento.
Ispirandomi
al violino, gli spessori delle fasce sono molto ridotti, per
non impedire i liberi movimenti della tavola e del fondo. Ne
consegue uno strumento molto leggero. Mediamente, un mio
strumento pesa meno di 1600 grammi, incluse meccaniche e
corde.
Essendo il
fondo e le fasce così coinvolti nella produzione del suono, ne
deriva che suonando è opportuno stare attenti a non assorbire
le vibrazioni, attraverso un contatto troppo forte con il
corpo dell'esecutore. Allo scopo di ovviare a questo
inconveniente, ho costruito un accessorio in carbonio-legno,
per motivi di efficienza meccanica e di leggerezza, ispirato a
quello che faceva Contreras, che distanzia lo strumento dai
punti di contatto con il corpo del chitarrista.
Dal 1989 al
194, ho frequentato un corso di formazione professionale per
attori-registi di teatro, conseguendo la classifica di
regista. Lo studio del teatro, con i suoi training per
acquisire consapevolezza della propria espressività corporea
mimando animali, alberi, ed oggetti, mi ha arricchito di
sensibilità quasi animistica, che ha accentuato in me tendenze
nel metodo di lavoro sempre meno scientiste, nel senso che se
prima procedevo misurando spessori e registrando tutto quello
che realizzavo nel tentativo di crearmi una sorta di banca
dati che tendesse ad oggettivare l'interpretazione della
materia, oggi preferisco che a decidere sia di volta in volta
la sensibilità acquisita interiorizzando il mio lavoro,
cercando quello che in una sola parola può essere espresso con
il "Duende", momento magico di coscienza superiore svincolato
da eccessi di razionalismo. Con questo non voglio dire che non
sia necessario conoscere la complessità dei fenomeni di fisica
che interessano la costruzione di uno strumento.
Negli ultimi
anni, sto anche dedicandomi alla soluzione di problematiche
inerenti l'acustica degli spazi scenici, per consentire una
più efficace fruizione dei fatti performativi. Di questo ne
parlerò in maniera più esaustiva quando sarà pronto un
prodotto finito. |